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Campagna di adesione AMICI di PROMETEO

PARMA: PROCESSO ONOFRI.
Cronaca di un’udienza.
Sono circa le 09,40 quando con un lieve ritardo entra la Corte e l’aula, già gremita, si riempie di almeno un’altra decina di persone, tra Giudici e Giuria popolare.
Nell’enorme gabbia di metallo una figura vestita di azzurro pallido mastica a bocca aperta un chewing-gum, guardando in direzione dei propri legali.
Dalla sua parte una serie di avvocati e di periti sufficienti a formare una squadra di calcio.
Sul lato destro della sala invece i due legali ed il pubblico ministero.
A loro il compito di difendere le vittime. A loro l’arduo tentativo di non far sembrare anacronistica la scritta che sta posta in alto, davanti a tutti, sotto ad un enorme crocefisso che dà l’idea di averne già sentite abbastanza:
“la giustizia è amministrata in nome del popolo”.
Al mio fianco l’anziana signora prende posto goffamente ma da lì non si sposterà per le seguenti dieci ore. Si è alzata presto ed è qui per stare al fianco di chi “ha sofferto in un modo inconcepibile”, lei mamma e oggi nonna, i cui capelli bianchi tradiscono una saggia anagrafe conosce il valore della solidarietà, ma anche della disillusione. “Non le pare tutta una presa in giro?! Certo che se li mettono fuori quelli lì c’è da fare una rivoluzione”.
Un bimbo si aggira per l’aula, quindi prende posto vicino alla propria madre chiamata per prima a testimoniare. Le sale idealmente in braccio e la accarezza. Lei forse se ne accorge, credo siano i momenti in cui le lacrime le si fermano e la voce riprende, decisa, nel racconto.
Quel bimbo si chiama Tommaso Onofri e questo è il processo contro i suoi assassini.
Paola Onofri prende posto nella sedia davanti alla Corte. Per più di tre ore dovrà ricordare, raccontare, rispondere a domande ricche di dettagli, “che colore, che ora, quanti minuti, cosa disse, sinistra o destra”. Ma allo stesso tempo dovrà scendere le scale che portano all’Inferno, vedere la propria vita cambiare per sempre e perdere, in pochi istanti il proprio bambino.
Il racconto di quella sera fa male. La signora al mio fianco piange, spesso. Una giurata si sente male e bisogna sospendere il processo per almeno 20 minuti. Che riprende ancora con Paola, la quale racconta dei delinquenti entrati in casa, del pugnale e della pistola puntata alla testa di Tommy, del suo fratellino che urla e che lei abbraccia forte per paura che reagisca e gli facciano del male. La voce si incrina, poi si riprende e riparte trovando una forza che solo pochi hanno, o forse molti, soprattutto se genitori, costretti a vivere un momento così, in un contesto così.
Aveva la febbre quella sera il piccolino e la mamma cercava di farlo mangiare.
“Mamma, papà, tata, ciao” le sue prime paroline, semi di un vocabolario che non germoglierà mai, ma finirà sotto una coltre di foglie marce in un lungo buio e freddo, ai margini di un fiume.
Si commuove Paola quando deve riconoscere, nuovamente, i vestitini indossati da Tommaso quella sera. Guarda le foto e piange, riconoscendo quel che resta della tutina azzurra come i suoi occhioni, che il papà gli aveva messo dopo averlo lavato e preparato per la cena.
Per un attimo te lo immagini. Quel dolce viso simpatico, attira coccole, infagottato nel suo bel pigiamino profumato, mentre aspetta la cena seduto nel seggiolone colorato, giocando col fratellino. Prima del temporale. Prima del buio.
Quando finisce l’interrogatorio Paola è stremata, esausta, eppure potrebbe cominciare tutto da capo, potrebbe risedersi ed affrontare altre ore, altre domande, altri fantasmi. E’ la forza di una madre.
La forza di Tommy.
Mentre un’altra donna, madre pure lei, da dietro le sbarre ascolta tutto, senza tradire mai alcuna emozione, non dico di dolore, fosse pure di rabbia. Nulla. Il vuoto dell’anima.
Due testimoni sfilano poi davanti ai Giudici. Forse per la paura, forse per altro, negano le dichiarazioni fatte o si confondono, alternando una lunga sequenza di non ricordo, che porterà uno dei due ad essere denunciato dal Pm per falsa testimonianza.
Nel pomeriggio è la volta di Paolo Onofri. Dopo aver aspettato per quasi sette ore dentro l’angusta stanza dei testimoni, senza aver toccato cibo, il papà di Tommy si siede davanti alla corte.
Anche per lui ore di interrogatorio, ore di domande, spesso ripetute più volte, nel vacuo tentativo di una contraddizione, un errore, che ovviamente non arriverà mai. Anche lui viene obbligato a ripercorrere minuto per minuto la sera del 2 marzo del 2006, lui che viene legato a terra, lui che quando vede sfilare Tommy dal seggiolone fa di tutto per liberarsi. E’ chiaro, diretto, preciso, lucido. Anche lui come la moglie mostra una forza enorme. Raccoglie tutte le energie che ha e se le gioca sul tavolo del Tribunale, per restituire dignità a quel bimbo violato, sul cui corpo si buttarono i suoi carnefici con una violenza indicibile, forse per diversi minuti. Una rabbia ingiustificabile, ché giustificabile non lo è mai quando si tratta di innocenti.
Mentre si racconta i parenti di uno dei delinquenti ridono poche file più in là, nello spazio riservato al pubblico. Scuotono la testa e ridono.
Coerentemente con il loro essere.
Quando entra in aula lo zio di Tommy sono quasi le 19 di sera.
Anche il suo racconto è diretto e chiarissimo. Si commuove però quando ricorda di essere andato con il medico pediatra a riconoscere il piccolo in obitorio, si commuove e si arrabbia, per quello che ha visto, per com’era Tommy, il suo Tommy…..
L’anziana signora congiunge istintivamente le braccia e le porta al cuore. Umile e silenziosa preghiera per un’anima che rieccheggia, dentro questa grande aula, assediata da curiosi, sciacalli, ma anche da tante tantissima gente che non vuole dimenticare. E che chiede solo un po’ di Giustizia, in un mondo che la Giustizia pare aver dimenticato.
Il processo continuerà con almeno due udienze a settimana. In chiusura il giudice segnala che Alessi, uno dei carnefici ha deciso che non presenzierà mai in aula. Nel frattempo la moglie, annoiata, si prepara a rientrare in carcere. L’ultima mossa spetta proprio al suo legale il quale chiede di poter sentire in aula anche il fratellino di Tommy, Sebastiano. A cui far rivivere quella serata. Magari chiedendogli di soffermarsi sui dettagli, certi particolari, d'altronde è così che va in questo paese. E non è forse scritto qui:
“la giustizia è amministrata in nome del popolo”?
 
Massimiliano Frassi

Altri articoli sul processo sul blog: www.massimilianofrassi.splinder.com